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Fumare cannabis aumenta la possibilità di parodontite

In questi giorni il Parlamento discute sulla legalizzazione della cannabis e noi ne approfittiamo per parlare della relazione esistente tra uso di marijuana e parodontite. La cannabis è la droga più consumata tra gli adolescenti italiani. Il 26,7% dei giovani compresi tra i 15 e i 19 l’ha assunta almeno una volta nella vita mentre il 15% […]

La cura dei denti non va in vacanza

Dopo un anno di lavoro e affanni è arrivato finalmente il tempo del meritato riposo estivo. L’estate, si sa, è anche la voglia di non pensare a nulla, passare le giornate in riva al mare o in montagna senza l’assillo di tutte le incombenze quotidiane. Un dolce far nulla in cui però si dovrebbe perlomeno […]

Impianti dentali. Parti e componenti principali

L’implantologia è quella tecnica che permette di sostituire i denti naturali persi con quelli artificiali mediante l’inserimento di impianti dentali. Questa pratica ormai consolidata e sicura, nonché estremamente duratura, rappresenta ormai la prima scelta per chiunque voglia risolvere questo tipo di problema. Ma vediamo, ora, in modo più dettagliato quali sono gli elementi e le singole componenti degli impianti dentali, che ne determinano la struttura finale.

Innanzitutto è bene sottolineare che un intervento di implantologia si può realizzare grazie al fenomeno dell’osteointegrazione, ovvero sfruttando la facoltà del tessuto connettivo osseo di rigenerarsi e quindi fissarsi attorno all’impianto appena posizionato; tale passaggio garantisce la stabilità dell’impianto nel tempo. Tuttavia, questo processo necessita di alcuni mesi. Per fissare sin da subito dei denti fissi, è necessario avere una buona stabilità primaria, ovvero si fa in modo che l’impianto si incastri adeguatamente all’osso e da lì non si muova anche se l’osteointegrazione non è ancora avvenuta.

Impianto-abutment-coronaSGli elementi principali di un impianto sono sicuramente la vite, che è il vero e proprio impianto, scientificamente chiamato fixture, l’abutment, ovvero il moncone transmucoso che è il raccordo tra l’impianto e la protesi, e la protesi che può essere un’intera arcata, un ponte o una singola corona.

Gli impianti più diffusi sono solitamente composti dalla vite filettata, conica o, eventualmente, cilindrica, la quale, nella sua parte superficiale viene trattata con acidi, sabbiature, laser o ancora plasma spray, in modo da risultare più ruvida e quindi in grado di fissarsi meglio all’osso mascellare grazie all’attrito che genera con quest’ultimo.

L’abutment, invece, chiamato anche componente transmucosa, perché attraversa tutto il tessuto gengivale, può essere considerata una parte integrante della fixture (vite), talvolta è totalmente integrata all’impianto. Se invece i due elementi sono separati e devono essere collegati tra loro (struttura più diffusa), allora essi si uniscono mediante un particolare sistema che permette l’aggancio, che può essere sia fisso che regolabile, in modo da rendere la struttura modulare e facilmente adattabile all’anatomia del paziente. L’abutment permette di compensare un’eventuale inclinazione dell’impianto che, per essere fissato al meglio, potrebbe essere storto.

overdentureEsistono, inoltre, anche i mini-impianti, detti anche mini-viti, usati per dare maggiore stabilità alle protesi mobili, attraverso delle modalità di aggancio di overdenture, che prevede impianti in titanio con barra o a testa sferica.

Quali sono i materiali utilizzati per le componenti degli impianti dentali?

Abbiamo visto e descritto gli impianti e tutte le parti che li compongono, con un occhio anche ai mini-impianti.

Vediamo ora quali sono i materiali più usati nella creazione delle varie parti.

Naturalmente, il materiale per eccellenza è il titanio, ritenuto adeguato e migliore di altri perché possiede caratteristiche che gli conferiscono un’ottima resistenza alle sollecitazioni e una elevata bioinerzia, ovvero quella proprietà che hanno alcuni materiali di interfacciarsi bene e senza problemi con i sistemi biologici. Come abbiamo già detto, molti impianti moderni sono dotati anche di una superficie strutturata in modo da aumentare la capacità di osteointegrazione dell’impianto all’interno della mascella.

Per la corona si utilizzano diversi tipi di materiali: ci si può affidare alla classica ceramica oppure a dei materiali compositi che, grazie a continui miglioramenti, risultano più resistenti della ceramica e con una resa estetica di ottima qualità.

Split crest per eliminare l’atrofia ossea

Per poter garantire stabilità ad un impianto dentale, è necessario avere un’adeguata quantità (e qualità) d’osso. A seguito di diversi fattori, primo tra tutti l’utilizzo di dentiere che poggiando direttamente sulla gengiva favoriscono il riassorbimento osseo, la quantità d’osso presente potrebbe non essere sufficiente per sottoporsi ad un intervento di implantologia dentale.

Se l’assenza di osso è notevole allora si parlerà di grave atrofia osseaEsistono diverse soluzioni, più o meno complesse, per risolvere il problema della carenza d’osso: oggi vi parliamo dello split crest.

La cresta alveolare

Le creste alveolari (dette creste ossee) sono due e si trovano rispettivamente sulla mascella inferiore e tra i denti di quella superiore e il palato duro. Esse contengono, appunto, gli alveoli, che trattengono i denti nelle arcate e sono costituite da tre diverse parti:

  • quella esterna (corticale vestibolare);
  • quella interna (corticale palatale);
  • quella midollare

Per restituire all’osso la giusta espansione si possono adottare diverse tecniche, che l’odontoiatra saprà valutare sulla base delle condizioni di salute del paziente che si troverà davanti. Se il riassorbimento fa diminuire lo spessore osseo evidenziando il classico caso di osso a lama di coltello, allora potrebbe essere possibile ricorrere allo split crest.

Lo split crest è l’unica soluzione che garantisce un consistente aumento di spessore della cresta, che può arrivare anche a 5 millimetri; pertanto, con una reintegrazione ossea tale, per l’implantologo sarà facile posizionare gli impianti in modo stabile.

In cosa consiste lo split crest

split-crest

Lo split crest risolve l’atrofia ossea attraverso un intervento che prevede un taglio preliminare dell’osso, parallelo alla conformazione dei denti, cui seguirà la separazione chirurgica della cresta ossea interna (corticale palatale), con uno spostamento verso la parte esterna (corticale vestibolare).

Al giorno d’oggi lo split crest è adottato principalmente per operare l’arcata dentaria superiore, in quanto essa presenta una consistenza ossea che si presta meglio a questo tipo di tecnica; nonostante ciò, è necessario che il medico, prima di intervenire, verifichi che l’osso crestale, nella sua parte verticale, sia di almeno 10 millimetri.

Egli, inoltre, deve accertarsi che l’inclinazione vestibolare (parte esterna della cresta) non sia eccessiva, in modo che l’impianto possa essere collocato correttamente e funzionalmente.

Una volta scongiurate eventuali controindicazioni che potrebbero compromettere la riuscita dell’operazione, si può procedere attraverso la tecnica dello split crest, che presenta numerosi vantaggi rispetto ad altre tecniche, quali la sensibile riduzione dei tempi di intervento, di convalescenza e di costi, che sono notevolmente inferiori.

Estrarre tutti i denti e inserire impianti. Conviene?

L’implantologia è una pratica ultimamente molto in voga per una serie di vantaggi che le protesi mobili non garantiscono e per la bassissima percentuale di fallimenti, tanto che molti potrebbero chiedersi se non sia più comodo richiedere al proprio odontoiatra di estrarre tutti i denti naturali, magari non del tutto in salute e, successivamente, sostituirli […]

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